CAPITOLO 12 - L'unica sopravvissuta

scritto da Mystory90
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Testo: CAPITOLO 12 - L'unica sopravvissuta
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Reven spalancò gli occhi di colpo.

Il petto le esplose in un respiro strozzato, come se i polmoni avessero dimenticato come funzionare e ora stessero imparando di nuovo, a fatica. 

L'acqua era ovunque. 

Gelida, immobile, infinita. 

Ma respirava. 

Respirava davvero.

Si portò le mani alla gola, terrorizzata dall'ultimo ricordo nitido: l'acqua che le entrava nei polmoni, il vortice che la trascinava giù, gli occhi di suo padre che si spegnevano mentre cercava di raggiungerla. 

Era morta. 

Doveva essere morta.

E invece era viva.

Si alzò di scatto, o almeno ci provò. 

Sott'acqua il movimento era lento, pesante, come se il mare stesso la trattenesse per i polsi. 

Si guardò intorno, ruotando su se stessa nel buio liquido. 

Niente. 

Solo acqua nera che sfumava in un grigio infinito. 

Nessuna sagoma di nave, nessuna ombra di corpi, nessuna traccia della Treasure. 

Nemmeno un relitto. 

Nemmeno un frammento di legno.

Il panico le salì in gola come bile.

«Papà?» gridò, ma la voce uscì attutita, distorta, inghiottita dall'acqua prima ancora di formarsi davvero. 

«Finn? Jared? Qualcuno!»

Silenzio. 

Solo il battito del suo cuore che rimbombava nelle orecchie, amplificato dall'acqua.

Nuotò.

Nuotò per cinque minuti, forse dieci. 

Bracciate disperate, calci furiosi, girando in cerchi sempre più ampi nel nulla. 

Non c'era sopra né sotto. 

Non c'era direzione. 

Solo acqua che la circondava come un sudario liquido.

Alla fine si fermò. 

Le braccia le tremavano, i polmoni bruciavano nonostante respirasse. 

Si lasciò galleggiare, sospesa, le gambe molli, lo sguardo perso nel vuoto.

Non poteva arrendersi. 

Non ancora. 

Dovevano essere da qualche parte. 

Dovevano.

Fu allora che vide la luce.

Debole, lontana, tremolante come una candela sottovento. 

Si avvicinava piano, scendendo verso di lei dall'alto – o da quello che sembrava l'alto. 

Reven socchiuse gli occhi, mise a fuoco.

Era la mappa.

La pergamena fluttuava nell'acqua, intatta, le linee curve ancora visibili, il cerchio centrale illuminato da quella luce ambrata malata che ormai conosceva troppo bene. 

Non era arrotolata. 

Era aperta, come se qualcuno l'avesse stesa su un tavolo invisibile, e galleggiava verso di lei con una lentezza quasi cerimoniosa.

La voce emerse dall'acqua, chiara, senza eco, come se parlasse direttamente dentro la sua testa.

«Ragazza... so che sei arrabbiata con me. 

Ma è solo grazie a me se sei viva. 

Ho implorato l'Abisso di risparmiarti.»

Reven si girò di scatto, il corpo rigido, i pugni stretti.

«Tu...» sibilò, la voce che tremava di rabbia e dolore. 

«Tu ci hai portati qui. 

Ci hai mentito fin dall'inizio. 

E ora osi parlarmi?»

La mappa si fermò a pochi metri da lei, sospesa, la luce ambrata che pulsava piano, quasi mesta.

«Ti sto dicendo la verità, ora. 

L'ultima verità che mi resta.»

Reven fece un passo nell'acqua – o almeno ci provò – e puntò un dito tremante verso la mappa.

«Quindi mi stai dicendo che tutti gli altri sono morti?»

Un lungo sospiro, profondo, stanco, come se la mappa stessa stesse esaurendo l'aria che non aveva.

«Mi spiace. 

Loro non ci sono più.»

Il mondo crollò.

Reven sentì le ginocchia cedere – o quello che restava del suo corpo sott'acqua – e cadde in ginocchio sul nulla liquido. 

Le lacrime si mescolarono all'acqua salata, invisibili, inutili. 

Suo padre. 

Finn. 

Jared con il suo sorriso storto. 

Mara con i suoi silenzi taglienti. 

Loris. 

Tutti.

Morti.

Per colpa sua. 

Per averli portati lì. 

Per aver creduto a una pergamena parlante.

Poi, di scatto, alzò la testa. 

Gli occhi rossi, feroci.

«Sei un bugiardo» ringhiò. 

«Mi hai già mentito una volta. 

Non ti credo. 

Non ti crederò mai più.»

La luce ambrata tremolò, quasi ferita.

«No, Reven. 

Purtroppo su questo non ho mentito. 

L'Abisso ha preso le loro vite. 

Le ha prese tutte. 

Una per una. 

Le ha divorate mentre tu chiudevi gli occhi.»

Silenzio.

Reven rimase inginocchiata, le mani affondate nell'acqua come se potesse afferrare qualcosa – qualcuno – che non c'era più.

Poi, con una voce che sembrava provenire da molto lontano, chiese l'unica cosa che le restava da chiedere.

«Perché solo io?»

La mappa non rispose subito.

La luce pulsò una volta, due volte, lenta.

«Perché tu eri l'unica che non ha mai smesso di credere che ci fosse qualcosa da salvare. 

Anche quando tutto gridava di arrendersi. 

Anche quando tuo padre ti ha guardata per l'ultima volta e ha pensato: "Almeno lei vivrà". 

L'Abisso ha visto quel pensiero. 

L'ha visto e... ha riso. 

Ha detto che un solo rimpianto vivo, uno che continua a sanguinare, vale più di ventidue rimpianti morti. 

Così mi ha ordinato di portarti fuori. 

Di tenerti in vita. 

Di farti soffrire ancora un po'. 

Perché il dolore fresco è il cibo che preferisce.»

Reven chiuse gli occhi.

Sentì il peso di quelle parole schiacciarla più dell'acqua.

«Quindi non è pietà» mormorò. 

«È crudeltà.»

«Sì» rispose la mappa, senza giri di parole. 

«L'Abisso non conosce pietà. 

Solo fame. 

E ora tu sei il suo ultimo boccone. 

Quello che mastica lentamente.»

Reven riaprì gli occhi.

Guardò la mappa sospesa davanti a lei, la mappa che aveva tradito tutti loro.

E per la prima volta da quando si era svegliata lì sotto, non sentì più solo dolore.

Sentì rabbia.

Pura. 

Fredda. 

Viva.

«Allora digli questo» disse, la voce bassa ma ferma. 

«Digli che non ho finito di sanguinare. 

Digli che se vuole il mio rimpianto... dovrà venire a prenderselo di persona.»

La luce ambrata pulsò una volta, sorpresa.

Poi la mappa parlò, quasi con rispetto.

«Lo sa già, ragazza. 

Per questo ti ha lasciata viva. 

Per vedere quanto puoi durare.»

Reven si alzò piano, l'acqua che le scorreva intorno come un mantello.

Non sapeva dove andare. 

Non sapeva come uscire da lì. 

Non sapeva nemmeno se ci fosse un "fuori".

Ma sapeva una cosa.

Non avrebbe lasciato che l'Abisso vincesse senza combattere.

Anche se era sola. 

Anche se era spezzata. 

Anche se il mondo intero era acqua e silenzio.

Guardò la mappa negli occhi – o in quello che restava del suo cerchio centrale illuminato.

«Portami da lui» disse.

La mappa tremò leggermente.

Poi, senza una parola, cominciò a muoversi.

Verso il basso.

Sempre più in profondità.

E Reven la seguì.

Sola.

Senza più nessuno da perdere.

Con un solo, ultimo rimpianto che bruciava ancora vivo dentro di lei:

non essere riuscita a salvare loro.

Ma forse,  forse, poteva ancora salvare se stessa.

O almeno far pagare all'Abisso il prezzo di averglieli portati via.

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